Aria natalizia, vuoi sposarmi?

Faccio parte della lobby “amanti delle feste” perché prendo solo il buono che danno. Non m’interessa fare il giro di telefonate per gli auguri, né spendo tanti soldi per i regali. Io a Natale (e per Natale intendo tutto il mese di dicembre) quasi dimentico di essere triste, forse perché passo il tempo a fare cose stupide. Perché il Natale mi fa ricordare e ogni scusa è buona per vedere i filmini della fine degli anni novanta. Il mio stato d’animo cambia, ritorna l’euforia per le abbuffate e le luci natalizie, divento una bambina.

Prima ragione per amare il Natale: puoi mangiare, tanto mangiano tutti, nessuno è a dieta. Anzi, se non mangi ti guardano pure male, quindi mangia.

Seconda ragione: il Natale non è stress, è riposo. Non dovete per forza rispondere agli auguri dell’amico del vostro amico. Si offende? Chi se ne frega! A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai, tipo selezione.

Prendo dicembre alla leggera, con meno pensieri del solito. Ottobre e novembre sono stati per me i peggiori del 2015, mi hanno fatto a pezzi, poi ho pensato che se ho superato il 2012, il 2013 e metà del 2014, posso superare anche la coda del 2015.

Terza ragione per amare il Natale: ci sarà un regalo per voi sotto l’albero, chiunque voi siate, qualunque cosa voi facciate, qualcuno (madre / padre / fratello / amico / sconosciuto / qualsiasi altra persona) vi penserà e vi farà capire che non siete così soli come pensate. Se così non fosse siete autorizzati a prendermi a parole il 25 dicembre sotto questo post.

«Credo di essere sull’orlo di un esaurimento nervoso» e credo di essere Bree Van de Kamp.

Importante: questo post contiene spoiler su Desperate Housewives.

Questa è una storia che finisce bene. Ricordiamo che Bree, dopo la morte di suo marito che la tradiva, dopo la morte del fidanzato che aveva ucciso suo marito, dopo la morte dell’altro fidanzato donnaiolo, dopo innumerevoli altri uomini e dopo il divorzio dal suo secondo marito (poi morto), riesce a conquistare quella puttana di serenità. Ecco, è quello che auguro a me stessa tutte le sere, magari prima dei cinquant’anni. Mi sento un’alternativa Bree Van de Kamp, ma non voglio essere come lei, voglio il suo epilogo, ma lo voglio presto. Chiedo mica la luna? Sì, lo so. Lo so perché, ahimè, non conosco soltanto ventenni sfortunati come me. E allora mi auguro un’altra cosa: la rassegnazione.

Questa mi pare ancor più difficile da conquistare, ma chissà quanto deve essere bello sentirsi rassegnati: svegliarsi la mattina, non trovare le gocciole e dire «vabbè, prendo quei cessi di cereali» e non piangere come me perché non ci sono le gocciole. Che fine hanno fatto le gocciole? Dove sono andate? Chi le ha mangiate? Perché non riesco ad accontentarmi dei cereali? L’insoddisfazione che riempie le mie giornate è così potente che ho paura che mi uccida.

Guardate che accontentarsi è una bella cosa. Tutti a disprezzare chi si accontenta, tutti a dire «però non accontentarti eh», ma perchè? Magari mi accontentassi, magari mi rassegnerei, almeno vivrei in pace e senza quell’assiduo pensiero di cercare e ricercare il meglio.

Il meglio cos’è? Chi sono io per avere il meglio? Ed eccomi qua, io che alterno fasi di “merito il meglio” ad altre di “il meglio non merita me”. E, dopotutto, quest’articolo inizia così: credo di essere Bree Van de Kamp, una con un bel finale, ma non con il meglio. Il meglio sarebbe stato avere quel bel finale vent’anni prima.

  
Quest’articolo non ha fine. Fine.

  
 

 

Generazione 2.Zeno

Spesso, troppo spesso, m’imbatto nella generazione 2.Zeno. Che sia sui social network o per strada.

Quei ragazzi che passeggiano con La coscienza di Zeno nella mano destra e la canna nella sinistra, talvolta si fermano per parlarti della figura dell’inetto. Con la maglietta di H&M coi Beatles sgranati. Con una citazione del Capitale di Marx tatuata sulla spalla, con lo spartito di una canzone a cazzo tatuato sull’avambraccio. Coi jeans stretti stretti e le Vans monocromatiche. Con in spalla lo zainetto dei Led Zeppelin, colmo di cd di un gruppo indie romano che dodici persone conoscono. Coi loro discorsi sulle giovanili di partito, sui collettivi, sulla rivoluzione, sulle manifestazioni, sull’Expo, sul degrado, sulla politica europea, sulla fenomenologia dello spirito, sul loro ultimo viaggio a Helsinki perché Londra e Berlino sono mainstream e Barcellona è piena di napoletani. Che si fregiano di aver letto quello e di aver letto questo, che lo postano su Facebook, che devono postarlo su Facebook, che se sentono nominare Allevi loro fanno «ah no, meglio Einaudi».

Una generazione a cui appartengo anagraficamente, ma nella quale non mi rispecchio. Certo, anch’io ho le mie maglie coi Beatles (perché li amo) e il mio septum che fa tanto «oddio, quanto sei alternativa». Ma sì, va anche bene, io non disprezzo mica i tuoi piercing, che tu ti vesta in un certo modo o che abbia letto e capito La coscienza di Zeno, a me fa schifo che tu faccia la foto al libro accanto alla tazza del cappuccino e a un paio di biscotti. E sì, ognuno fa il cazzo che vuole, così come io scrivo ‘sto post.

Gli stessi ragazzi che usano “faccia da contadina/o” come offesa.

Ne leggo davvero tanti su Twitter, non ho mai risposto perché ‘sticazzi, però che pateticità.

Ciao, carissimi figli di imprenditori italiani, a salutarvi è la figlia di un contadino.

Amore e Psicopatologie: dieci tipi di coppie.

Questo post non parla d’amore. Questo post è un’altra stupida lista.

Nella mia breve vita ho incontrato tante coppie, alcune fastidiose, altre ridicole. Ce ne sono davvero di tutti i colori, un po’ come i fiori.

  1. La femmina alfa. È lei che decide dove andare a cena, è lei che decide l’abbigliamento di entrambi, è lei che decide quante volte puoi cacare. Alla femmina alfa piace comandare chiunque, dà ordini a destra e a manca, talvolta rimane spiazzata quando quelli che la circondano non li eseguono, perché lei è abituata al maschio accondiscendente, straremissivo. Perché accade ciò? Le cause sono disparate, ma la più comune è la mancata autostima di lui, convinto di non poterne trovare un’altra, che resta lì a guardare la sua distruzione permettendole di fare qualsiasi cosa. «Mi vuoi fare la ceretta sulle palle? Okay!»
  2. Ancora “amici”. Si sono lasciati, però restano ancora in contatto perché hanno le stesse conoscenze in comune e perché, effettivamente, avevano un bel rapporto d’amicizia prima e durante la relazione. Ma uno dei due è ancora affezionato, è ancora innamorato, e sta lì a guardare come l’ex abbia trovato un nuovo partner in così poco tempo. E allora sorge un dubbio che non verrà mai scacciato via perché lui è troppo buono per ferirla, seppur solo con una domanda. Questo rapporto nuoce gravemente alla salute di quello ancora preso.
  3. «Ha detto mia madre…» Tutta la relazione si muove in funzione della madre di uno dei due e questa condizione non svanirà mai. Quando è la mammà del maschietto, la donna si ritroverà a casa di lui tutte le domeniche a pranzo. Talvolta capita che ogni due o tre anni la mammina lasci andare il figlio a casa della consuocera, ma solo per mantenere un certo stile e, soprattutto, perché deve sparlare della ragazza. Quando invece si tratta della madre della donna, sarà lei a scegliere il colore delle tende del cesso, così come sceglierà il letto sul quale farvi accoppiare. Entrambe non saranno mai, e ripeto mai, soddisfatte del partner dei propri figli: ci saranno sempre altri migliori, e quando i migliori faranno coppia coi propri figli, diventeranno peggiori di altri.
  4. Tira e molla. La coppia più comune al mondo. Si dice che ogni individuo ne conosca almeno dieci nell’arco di una sola vita. Forse è un virus, forse sono contagiosi fino alle stelle. Si lasciano e si riprendono sempre, a qualunque ora del giorno, a qualunque mese dell’anno. Lo fanno sempre. Prima si dicono addio per la prima stronzata (per la serie «Non ti piace il cioccolato? Adesso non mi vedrai mai più!») poi si rimettono insieme dopo otto minuti. Sempre. Potrei ripetere “sempre” all’infinito, come le volte che fanno tira e molla. E non c’entra l’età: possono farlo a quindici anni così come a trenta o quaranta. La domanda è sempre una: si lasceranno davvero, sì o no? A voi la risposta.
  5. (Non lo faccio più)³ I due individui formano la coppia più triste al mondo. A tratti si prova pietà per uno dei due, poi lo si odia perché, cazzo, come fa a perdonare tutti questi tradimenti? Succede che lo scemo della coppia scopre che il partner si tromba un’altra persona, persino nel proprio letto. «Amore, te lo giuro, non succederà più, io ti amo, è stato un momento di debolezza» e quello ci crede (?) e l’amore (?) continua.
  6. I solitari. Passano così tanto tempo insieme, da soli, che non sanno nemmeno dell’attentato dell 11 settembre 2001. Vivono in simbiosi, il che diventa un problema quando dimenticano che esistono altri sette miliardi di persone nel mondo. Non hanno amici. Non hanno parenti. Sono loro, loro e basta.
  7. I solitari a metà. Qui il solitario è solo uno perché privato dal partner di avere relazioni con altri individui, siano essi dello stesso sesso e non. L’altro, invece, può vedere chi cazzo gli pare. 
  8. I solitari diversi. Uno dei due lascia tutti gli amici che aveva e diventa d’un tratto best friend forever degli amici del partner. Anche se il giorno prima di mettersi insieme li odiava.
  9. Puccipucci. Saranno pure carini, ma a me fanno schifo! Si slinguazzano davanti a te senza pudore, si commentano ogni cazzo su facebook con un cuore rosso gigante, si lasciano i “ti amo” in bacheca perché sì, il loro amore è questo, è ostentazione, è far capire a tutti che loro sono bellissimi e voi no, che loro sono felicissimi e voi no. Mh, non ci credo. A quattordici anni lo accetto, oltre no, molto oltre è ridicolo. Belli soprattutto quando postano le foto con le suocere e scrivono “ti voglio bene”, quando in realtà non gliel’hanno mai detto di persona.
  10. Quelli belli. Esistono. Sì, sembra strano, ma esistono. Sono rari, come gli alieni, i fantasmi, i leoni in città. Però li ho visti. E sono belli, molto belli, quasi da fare invidia. Sono anche molto silenziosi e quando si lasciano non capisci il perché. Soprattutto, hanno il merito di tenersi le cose per sé, hanno il merito di credere nel detto “i panni sporchi si lavano in famiglia”, perché è così che deve essere.

Ho trovato vecchie foto.

Quanto amo guardare le mie vecchie foto e quanto mi dispiace per mio fratello, il più piccolo, che non ha avuto la fortuna (mia e di mio fratello grande) di avere così tante foto stampate. Perché si sa, quelle digitali prima o poi vanno perse.

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Ormai è passato il tempo delle docce estive che io, mio fratello Michele e nostra cugina Antonella, “la grande”, facevamo un po’ per divertirci e un po’ per lavarci dopo aver giocato nella “terra”. La mia terra, quella che adesso chiamo campagna per farmi capire, ma che in famiglia chiamiamo ancora così.

Sono andata lì, vicino al lavabo, e ho rifatto la foto. Ho notato che abbiamo ancora gli stessi contenitori rosa per fiori. Era l’estate del ’98, dice mia madre.

Un’altra stupida lista: quindici frasi che non sopporto.

Avete presente la perplessità che vi assale quando le persone vi dicono qualcosa di banale/idiota? Talvolta penso “meglio che mi stavo zitta, va” per quanto stupida è la risposta ricevuta. Ho fatto una top fifteen delle frasi più odiose:

  1. Io non sono pessimista, sono realista.      Ma vai a cagare.
  2. Non pensarci.      Oddio, grazie, ci volevi tu, adesso non ci penso più.
  3. Più nera della mezzanotte non può venire.      Ah, okay.  
  4. Devi credere di più in te stessa.      Come il punto 2.
  5. Dovevi stare più attenta.      Come il punto 4.
  6. Sono felice per te.      E poi non lo sono.
  7. Io non ti giudico.      E poi ti giudicano.
  8. Non lo farò mai!      E poi lo fanno.
  9. Se non lo fai ora, quando lo fai?      Quando cazzo voglio io.
  10. Non sei grassa, sei in carne.      Questo non mi aiuta.
  11. Meglio un uovo oggi che una gallina domani.      Come il punto 3.
  12. Oh, ma sei nervosa?      Mh.
  13. Nella vita devi fare qualcosa che ti piace.     E grazie al cazzo.
  14. La vita è solo una.      Come il punto 13.
  15. Non sono questi i problemi della vita!      Non è che devo essere la più sfigata del mondo per lamentarmi!

Gli esami di coscienza non finiscono mai!

Gli esami di coscienza non finiscono mai! Anzi, sono appena iniziati.

La mia testa è andata in loop con le parole di Ilaria Pilla. Chi cazzo è Ilaria Pilla? Una giovane studentessa universitaria che, assalita dai miei lamenti, ha cercato di trasmettermi qualcosa. Detto così pare che abbia cantato in mia presenza e che io, in perfetto stile X Factor, abbia detto «Ilaria, mi sei arrivata». In realtà mi ha soltanto parlato, usando delle parole tanto semplici quanto invasive, ed io ho ascoltato. Certo, non è una novità, ascolto sempre ciò che mi viene detto, ma non succede spesso che i discorsi altrui invadano così il mio cervello.

Cosa cazzo ha detto Ilaria Pilla? Non so se ciò che segue è davvero ciò che mi ha detto, di sicuro è ciò che ho capito.

In vista dell’esame di maturità, suo fratello ed io stavamo a lamentarci di come le persone che ci circondano siano state trattate in modo diverso (ovviamente migliore) rispetto a noi e di come sia ingiusto tutto ciò.

«Fatevi un esame di coscienza, avete da ridire perché ciò è ingiusto o perché non siete voi i protagonisti?»
Già. Rispondere ad alta voce mi fa paura, è addirittura un problema. Ma io so e tutti voi sapete. Vi siete mai posti questa domanda? Non per forza in relazione ad un esame. Io sì, ma mai così chiaramente e il solo fatto che qualcuno, rivolgendosi a me, abbia pronunciato queste parole mi crea una strana tensione nel corpo, fastidiosa ma funzionale.

L’esame di maturità –ci ha detto– è la prima vera prova di come il sistema inglobi tutti quanti noi, di come ci mangi. Non vogliono lo studente collaborativo, lo vogliono competitivo-distruttivo. Vogliono tirarci fuori tutti i pensieri meschini, io ne sono dentro al 200% e me ne sto rendendo conto adesso. Ma non riesco a smettere, so di sbagliare, ma non riesco a smettere di farlo. Non riesco ad uccidere i miei pensieri meschini. Sembra quasi una droga: vado avanti e giustifico me stessa citando le azioni degli altri sputando veleno sugli altri quando l’unica cosa che dovrei fare è, appunto, un esame di coscienza. Ed è questo ciò che mi tormenta, la convinzione di averlo fatto. Contemporaneamente, però, non faccio altro che paragonarmi agli altri. Allora è veramente un esame di coscienza? Non lo so, penso di sì, ma forse no. Maledetta me, questa contraddizione non mi porterà da nessuna parte.

Ci “provo” adesso. Ho davvero fatto tutto quello che potevo fare quest’anno? No. Sono stata corretta con me stessa? No. Sono stata corretta con gli altri? No.

Ecco, l’ho fatto ancora una volta, a quest’ultima domanda ho risposto con un’altra domanda: “Ma gli altri sono stati corretti con me?” e la risposta è comunque “No”. Ma questo non c’entra, non dovrebbe proprio azzeccarci un cazzo. Semplicemente non dobbiamo smerdare gli altri anche se loro smerdano noi, perché ciò significa che non stiamo bene con noi stessi, che abbiamo bisogno di puntare il dito (e tutto il braccio) contro gli altri per valorizzarci, che non siamo felici (banale ma verissimo). Ma l’essere umano è davvero capace di questo? Da felice sì, ne sono sicura, ma da non felice? E da “quasi felice”? Riuscirà ad accantonare, almeno in parte, la sua natura vendicativa? Perché diciamolo: felicità è una parolona, infatti da adesso parlerò di realizzazione personale. Io comunque lo spero perché “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita”. E poi penso ad Ilaria e sembra una che sta fuori dal sistema, o sta fuori e basta, o sto fuori io che ci spero e ci spero davvero.

La conclusione di Ilaria Pilla? Ci sentiremo davvero realizzati quando gli altri non tangeranno i nostri pensieri, quando saremo indifferenti a quello che succede fuori, ché a noi non serve Facebook per esistere, ché esistiamo di più senza Facebook. [Lo dico anch’io, ma detto da una che Facebook manco ce l’ha, ovviamente, vale il triplo. Anzi, detto da lei vale e basta, detto da altri no.] E, soprattutto, non possiamo permetterci di circondarci di persone che ci valutano male o che, peggio ancora, hanno bisogno di valutazioni misurabili per costruirsi un pensiero di noi.

La mia conclusione? Gli altri non tangeranno i miei pensieri quando mi sentirò realizzata, quando farò qualcosa di veramente bello. Forse ho alterato il suo pensiero, forse in questo modo non è positivo, forse mi picchierebbe se mi sentisse, ma c’è da considerare che sono ancora in una fase intermedia, o comunque poco avanti di quella iniziale. Però qualcosa di buono c’è: ora il mio obiettivo è raggiungere quel “qualcosa di veramente di bello” e la conseguente indifferenza nei confronti degli altri perché ho realizzato che questo è ciò che accadrà e saperlo è già una una cosa buona, anche se è poco. Devo solo imparare ad usare tutta la forza che ho per migliorarmi e non per distruggermi.

Questo non è un post, questo è un promemoria.

Una stupida lista: diciassette cose a cui penso nel letto.

Grazie al cielo penso spesso, soprattutto prima di addormentarmi. Sono davvero tanti i pensieri che mi attraversano, sempre diversi. A parte diciassette:

  1. Grazie mamma, anche oggi mi hai rifatto il letto.
  2. La combo perfetta è mettersi puliti in un letto pulito.
  3. Cazzo, non ho mai fatto sesso in questo letto.
  4. Spero che mio fratello Checco non diventi un cuozzo, ma già lo vedo sulla cattiva strada.
  5. Come faccio a dimagrire in un giorno?
  6. Come faccio a farmi regalare un Clarisonic?
  7. Dio, non farmi vedere fantasmi.
  8. Se proprio devo vedere un fantasma, devo vederlo in compagnia.
  9. Stessa cosa con un alieno.
  10. Non vedo l’ora di andare a Parigi.
  11. Devo chiedere a qualcuno dove si mangia bene e a basso prezzo a Parigi, aka devo chiedere l’impossibile.
  12. Dio, non farmi fare incubi.
  13. Perché Antonio Venditti si fa chiamare Antonello?
  14. Perché non sono nata ragazza cheerleader negli Stati Uniti?
  15. Perché non ho l’autostima di quelli che scrivono “belli belli belli in modo assurdo” sotto le loro foto?
  16. Spero di morire prima di tutti quelli a cui voglio bene.
  17. Mio padre è così grasso che potrebbe morire da un giorno all’altro.

Oh, io ve l’avevo detto che era stupida.

«Come stai?»

(Quasi quasi ti dico di farti un giro sul mio profilo di Twitter, ma non voglio disturbarti. Okay, sarò sincera: mi vergogno di ciò che scrivo. Gli sconosciuti possono leggere, gli altri no. Mi peserebbe spiegarti che non sono così pudica come credevi. E poi odio l’affermazione mista a domanda «Ma tu sei fidanzata, perché parli così?» che è a dir poco stupida. Chi te l’ha detto che parlo d’amore? Sveglia! Il mio ragazzo è lì a leggermi da molto prima di te.
Quando nomino dei pezzi di merda mi riferisco sempre a chi se n’è andato senza un reale motivo o che forse non mi voleva così bene, che sia un amico o un’amica. Più un amico che un’amica. Sì, finisco sempre col pensare a lui, il mio famoso amico, manco fosse il mio ex! È che pensavo fosse un vero amico, uno di quelli con la A maiuscola, al punto di dirgli: hey, sono un cervello rosso, tu sei il mio amico, tu puoi leggermi, non dirlo a nessuno.
Gli voglio ancora bene, ma lo odio. Lo odio perché è un senzapalle. Lo odio perché è amico, e lo è sempre stato, di chi per il 30% della mia giornata mi deride e mi fa odiare l’umanità. A scuola.
Sì, vado ancora a scuola anche se avrei dovuto terminarla due anni fa. Per me questa è una vergogna, già mi sento fuori luogo a vent’anni in un liceo, poi si mettono anche i bulletti. Me ne vergogno come se avessi picchiato un bambino. Me ne vergogno per colpa degli altri perché sono gli altri che me lo fanno pesare, sono gli altri che mi fanno credere che io sia idiota come credono loro. Io vorrei solo dirgli: ma voi che ne sapete? Voi non sapete perché ho perso due anni della mia vita. Voi non sapete e se lo sapeste non capireste.
Ma questa è un’altra storia.
Dicevo, i bulletti. Come fa il mio grande amico ad essere amico di persone che, detto molto terra terra, non sanno campà? Come fa lui a non dire nulla quando loro deridono gli altri? Li deride anche lui? O è uno che pur di emergere resta in silenzio? Chissà, ad ogni modo è un’idiota ed io lo odio. Però gli voglio bene. Forse no, non lo odio. Però mi fa schifo. Vaffanculo Mario, che forse leggerà pure i miei sfoghi perché a lui ho regalato il privilegio di leggermi. È con lui che sono stata vera vera, senza filtri. È lui l’unico amico al quale ho detto tutto. Dai, dovrei smetterla, quante volte ho scritto la parola “amico”? Quattro o cinque? E quante volte ho scritto la parola “vaffanculo”? Sono ridicola. Mario mi fa schifo perché è riuscito a farmi schifare me stessa più di quanto già faccia.
Tu hai mai perso un amico? Io non credevo che fosse così traumatico da chiamare il mio ragazzo e dirgli: penso ancora a lui. E, tra l’altro, è anche molto divertente, persino dover precisare “no, non sono innamorata di lui, ha passato anche una settimana con me e il mio ragazzo”. Poi penso a quella settimana, passo per Piazza Bologna e faccio, quasi distrutta, a Giorgio: ti ricordi quando stavamo io, tu e Mario qua? Perché si è comportato così con me? Perché è diventato così acido?
E tutti questi pensieri sono troppo disordinati per me, figurati per te. Dunque, ti risponderò diversamente…)

Bene.